Saggio sull'economia buddhista pubblicato dal blog Discutiamo del Giappone [discutiamodelgiappone.blogspot.com]. (28 marzo 2010)
Il buddhismo come superamento del capitalismo
di Cristiano Martorella
1. Capitalismo e religione
Dopo la pubblicazione de Il concetto giapponese di economia (1), in cui si sosteneva e spiegava l'influenza del buddhismo nel sistema economico nipponico, le esigenze ci impongono di considerare lo svolgimento storico e la prospettiva che abbiamo davanti. Nonostante la banalità dell'idea con la quale si afferma che il capitalismo sia l'unico sistema economico possibile, e soprattutto che sia sempre capace di autocorreggersi e rimediare alle crisi cicliche a cui è sottoposto, si continua a insistere nel riproporla pedissequamente. Però è evidente quanto ciò sia falso e mistificatorio. Le crisi, con cui il capitalismo si confronta periodicamente, non sono né fisiologiche né consuete. Infatti le crisi sono peggiorate in frequenza e complessità. Ciò che sorprende gli analisti e li coglie impreparati, è la frequenza con cui si manifestano. Dunque crisi che si manifestano sempre più spesso e più difficili da risolvere, tanto da aver condizionato la crescita dei paesi sviluppati. Il declino del capitalismo non significa comunque la fine dell'economia, ma più semplicemente la conclusione di un sistema, e l'inevitabile strutturazione di una diversa organizzazione sociale ed economica. Se il capitalismo è inevitabilmente avviato al tramonto, però non lo è in maniera chiara e manifesta tale che tutti lo comprendano. Molti punti rimangono ignorati e non sono neppure discussi. Ad esempio, quale relazione c'è tra il capitalismo e le religioni? Dopo l'11 settembre 2001, la propaganda e il populismo dei movimenti politici hanno diffuso la vulgata che identifica il cristianesimo e il capitalismo (2). Secondo questa idea il capitalismo sarebbe una creazione della società occidentale cristiana. L'idea riduzionistica dell'origine del capitalismo dal cristianesimo si poggia spesso sull'autorità del sociologo Max Weber. Però Max Weber studiò l'influenza del cristianesimo sul capitalismo, considerandoli separatamente e mai l'uno il prodotto dell'altro. Egli infatti indicò il successo dell'etica protestante nei confronti del cattolicesimo, distinguendo diversi tipi di sviluppo del capitalismo (3). Max Weber non si limitò a spiegare l'influenza della religione cristiana, ma in Sociologia delle religioni ed Economia e società (4) analizzò il rapporto delle altre religioni nell'economia. Max Weber non fu mai un dogmatico, e i suoi studi partirono sempre da un'analisi delle diverse società attraverso il metodo comparativo e dall'osservazione dei dati empirici.
Nel mondo contemporaneo le economie più importanti si trovano in Asia, con in testa la Cina e il Giappone, e non ha alcun senso continuare a negare l'ascesa della potenza economica asiatica per favorire un modello interpretativo che identifica capitalismo, cristianesimo e società occidentale. Il capitalismo non è un'esclusiva della società occidentale, e storicamente non è nato soltanto in Europa. Infatti, il Giappone dell'epoca Edo (1603-1867) conobbe la fioritura di un'economia mercantilista che portò allo sviluppo di una struttura capitalistica (5). Il fenomeno è stato descritto e spiegato da molti studiosi fra cui ricordiamo, in particolare, Edwin Reischauer e Claudio Zanier (6), e anche Francesco Gatti, Franco Mazzei, Marcello Muccioli e Piero Corradini.
2. Storia delle crisi
La storia del capitalismo è la storia delle sue crisi. Infatti non esiste un periodo di espansione del capitalismo che non sia seguito da una brusca interruzione e una caduta rovinosa con la conseguente perdita di beni e valori. Quindi la storia ci insegna che il capitalismo è un sistema dinamico instabile. Vediamo nei dettagli questo processo, il suo andamento, e soprattutto le cause. I periodi di espansione più importanti durante la rivoluzione industriale sono i seguenti:
1815-1840 Prima rivoluzione industriale. Concorrenza tra industria nascente e artigianato.
1850-1870 Espansione della rivoluzione industriale. Concorrenza fra le imprese del sistema capitalistico e concorrenza interna.
1870-1890 Concorrenza agguerrita condotta sul piano nazionale e internazionale.
1890-1914 Seconda rivoluzione industriale. Innovazione tecnologica e organizzazione scientifica del lavoro.
1950-1973 Espansione dei mercati e della produzione favorita dalla ricostruzione e dalle riforme economiche guidate da organizzazioni internazionali e accordi (Bretton Woods, Piano Marshall, FMI, GATT).
Le crisi e le loro motivazioni sono le seguenti:
1846-1850 Crisi del '48. Crollo della liquidità monetaria interna. Collasso dovuto a un eccesso di credito bancario. Contrazione della domanda interna e della produzione. La crisi fu provocata da una diminuzione della domanda.
1876-1890 Grande depressione. Calo del rendimento delle tecnologie, mancanza di investimenti, divario offerta/domanda. La crisi fu soprattutto una crisi tecnologica.
1929-1933 Crisi del '29. Crollo della borsa di Wall Street. Si tratta principalmente di una crisi dovuta a un eccesso produttivo.
1937-1945 Recessione seguita al New Deal. Crisi dovuta allo squilibrio monetario delle nazioni e dalla nascita di politiche protezionistiche.
1970-1985 Crisi del '70. Inadeguatezza degli investimenti e della liquidità internazionale rispetto al tasso di sviluppo produttivo. Ristrutturazione tecnologica. Inflazione e disavanzo nella bilancia dei pagamenti.
1989-1993 Crisi del '90. Il debito pubblico pesa come un macigno sulle economie dei paesi sviluppati. Tagli degli investimenti pubblici, privatizzazioni. Politiche neoliberiste. L'inflazione cala a causa della diminuzione dei consumi.
2001-2009 Crisi dell'inizio del millennio. Scoppiano le bolle speculative della new economy informatica, dell'immobiliare e dei derivati. La crisi finanziaria si abbatte sull'economia reale con la forte contrazione della produzione industriale e dei consumi, e infine diventa crisi sociale con l'aumento della disoccupazione.
Le crisi economiche sono intrinseche alla natura del capitalismo che è autodistruttivo. Ogni volta il capitale deve essere ristrutturato e riorganizzato, ma in questo processo espelle e distrugge le risorse che non può più impiegare. Anche se i sostenitori a oltranza del capitalismo affermano che il benessere così prodotto è il maggiore che si sia mai goduto, essi non considerano i danni ambientali, le risorse esaurite e le vittime fra i milioni di persone che muoiono di fame nei paesi meno agiati che sono comunque depredati delle loro risorse dalle società capitalistiche. Nonostante ciò il benessere effimero di pochi non potrà durare a lungo perché le risorse che vengono distrutte non sono recuperabili, e il calcolo della ricchezza deve essere stabilito globalmente e non parzialmente. Il pianeta è un sistema complesso in cui ogni azione si ripercuote sulle altre, e quindi nulla può sopravvivere separatamente e indipendentemente.
Il capitalismo è un sistema dinamico squilibrato incapace di uno sviluppo stabile. Rifiutare di riconoscere la natura del capitalismo è semplicemente la negazione del problema che non porterà alla sua risoluzione. Ed è in questo modo che si accelera il declino del capitalismo che è incapace di comprendere se stesso.
3. Economia buddhista
Fra gli autori che hanno inquadrato la prospettiva di un'economia buddhista alternativa, c'è l'economista Ernst Fritz Schumacher (7). Ma chi ha ripreso con vigore questa idea, esponendola e divulgandola è stato certamente il pensatore giapponese Daisaku Ikeda nel libro Cittadini del mondo (8). Daisaku Ikeda presenta molti punti su cui riflettere. Soprattutto c'è la questione ambientale sempre più scottante. Ikeda sostiene che l'economia convenzionale manca di una prospettiva ecologica (9), e fa notare che il buddhismo, attraverso la nozione dell'origine dipendente, esprime la necessaria interdipendenza fra le cose (10), in modo da dare la dovuta importanza all'ambiente. Il cristianesimo considera l'ambiente, gli animali e le risorse naturali come una creazione di Dio a disposizione dell'uomo. La Bibbia, infatti, descrive il creato come una proprietà da sfruttare senza riserve e su cui domini l'uomo (Genesi, 1,26-31). Non è così per il buddhismo. Innanzitutto non c'è un dualismo fra ambiente ed essere umano (esho funi, non-dualismo di ambiente e vita), eppoi c'è l'insegnamento del rispetto per la natura. Tutto ciò sul convincimento che natura ed essere umano siano un'unica cosa inseparabile (il vero aspetto di tutti i fenomeni, shoho jisso).
Secondo Daisaku Ikeda, il buddhismo afferma che la ricchezza va distribuita in quattro parti secodo modalità diverse. Un quarto di essa deve essere usato per il sostegno personale e della famiglia, un altro quarto deve essere versato al fisco ed essere utilizzato per favorire il bene sociale, un'altra parte deve essere impiegata come capitale per la produzione, mentre l'ultimo quarto dovrebbe essere conservato per i momenti di bisogno. Un esempio di economia buddhista è fornita dal regno di Ashoka, sovrano della dinastia Maurya del III secolo a.C., il quale migliorò la rete dei trasporti, si oppose alla discriminazione economica, istituì un ufficio pubblico per tutelare le donne, e intraprese lavori pubblici per piantare alberi e rendere salubre l'ambiente (11).
L'economia buddhista, quindi, sostiene il passaggio da un sistema basato sul profitto a un sistema basato sul servizio. Che cosa guadagnerebbe una persona da ciò? La risposta è il prestigio sociale. Spesso viene sottovalutato ma il prestigio sociale, il riconoscimento (thymos), è uno dei valori più importanti della società, ed è una delle motivazioni psicologiche più forti, probabilmente la più importante.
I fattori materiali necessari al benessere fisico verrebbero così trascurati? La ricchezza materiale nell'economia buddhista non è eliminata, ma semplicemente condivisa. La proprietà non sarebbe più un'ossessione. La prima e più importante virtù buddhista (paramita) è il dono. A differenza del comunismo che abolisce la proprietà privata, il buddhismo non nega il diritto alla proprietà, ma la ritiene superflua o di ostacolo al raggiungimento di obiettivi più elevati. Bisogna possedere ciò che ci serve, ha un valore e un senso, ma eliminare assolutamente il superfluo. Cosa si intende per superfluo? Non si tratta di una questione di beni materiali accumulati, ma piuttosto del rapporto con essi. L'economia consumistica che si basa sulla ripetizione di se stessa, sull'induzione alla propensione al consumo e all'incitamento del desiderio, non ha più senso.
I sostenitori del capitalismo potrebbero deridere l'economia buddhista, affermando che essa non produrrebbe ricchezza e rischierebbe di generare miseria e povertà. Il buddhismo però non è contrario alla ricchezza ma all'attaccamento alla ricchezza, e ciò è ben diverso. L'idea che la ricchezza sia generata soltanto dall'avidità personale è un pregiudizio (12). Molti paesi dell'Estremo Oriente godono di un grande benessere perché i servizi alla collettività funzionano meglio (trasporti pubblici, sicurezza, assistenza sanitaria, istruzione, ricerca scientifica, etc.). Essi sono considerati una priorità, mentre in Occidente non è così. Secondo una visione neoliberista, lo stato dovrebbe essere il meno invasivo possibile, e lasciare ai cittadini la libertà più assoluta comprendendo anche i servizi che dovrebbero essere privatizzati e in mano al mercato, includendo ovviamente anche la possibilità di fare profitto su ciò. Questa visione occidentale del mercato come supremo organizzatore della vita umana non è condivisa dall'economia buddhista, anzi è contestata e sostituita da una visione completamente diversa che pone l'interesse sociale prima del profitto. L'idea che il libero mercato sia in grado di autoregolarsi è stata dimostrata come storicamente falsa (13), e non ha più senso continuare a riproporla come un feticcio.
Un simile sistema basato sull'economia buddhista è un'utopia? Non lo è affatto perché i paesi asiatici hanno già una tendenza culturale a favorire i servizi alla collettività e gestire l'ordine, soprattutto le popolazioni hanno una grande propensione a cooperare. Quando le classi dirigenti e le élite asiatiche capiranno, e ciò sta già avvenendo, che il capitalismo occidentale è incapace di gestire la globalizzazione del pianeta, esse cercheranno un nuovo modello di sviluppo e lo troveranno in se stesse. Bisogna prepararsi a quel momento, comprendere il cambiamento, seguire ed elaborare un modello di sviluppo che non è privo di incognite, oltre alle speranze e alle aspettative che nutre. Il buddhismo come superamento del capitalismo porterà all'affermazione della cooperazione che è l'esatto contrario della competizione (14). I valori del capitalismo sono completamente rovesciati. Max Weber distingueva diversi tipi di agire razionale: agire conforme allo scopo e agire conforme al valore. L'economia buddhista si fonda su una prevalenza dell'agire conforme al valore, ed è questa differenza che le infonde energia. Adesso è il momento che tali valori diventino universali e vengano diffusi per il benessere di tutti, perché il declino del capitalismo può recare molti danni e sofferenze se non viene contrastato. Per fortuna sapere che esiste un'alternativa è un motivo di incoraggiamento formidabile.
Note
1. Cfr. Cristiano Martorella, Il concetto giapponese di economia. Le implicazioni sociologiche e metodologiche, Atti del XXV Convegno di Studi sul Giappone, Cartotecnica Veneziana Editrice, Venezia, 2002.
2. Cfr. Cristiano Martorella, Il declino del capitalismo, in "D La Repubblica", n.685, anno XV, sabato 13 marzo 2010, p.290. L'identico intervento è stato pubblicato dal quotidiano "Il Secolo XIX". Cfr. Cristiano Martorella, Il capitalismo è un sistema che si nutre di contraddizioni, in "Il Secolo XIX", lunedì 1 febbraio 2010, p.20. La decostruzione dell'economia nelle sue componenti ideologiche e mitologiche è stata operata da molti studiosi, in particolare è stata affrontata con maggiore incisività da Serge Latouche. Cfr. Serge Latouche, L'invenzione dell'economia, Bollati Boringhieri, Torino, 2010.
3. Cfr. Max Weber, L'etica protestante e lo spirito del capitalismo, Sansoni, Firenze, 1945.
4. Cfr. Max Weber, Sociologia delle religioni, UTET, Torino, 1976; Max Weber, Economia e società, Edizioni di Comunità, Milano, 1961; Max Weber, Sociologia della religione, Edizioni di Comunità, Milano, 1982.
5. I sistemi capitalistici sono caratterizzati dall'uso diffuso e intenso della moneta, dall'accumulazione di capitale e reinvestimento di esso, dall'esistenza del libero mercato e del processo di urbanizzazione. Tutto ciò era presente e ben sviluppato nel Giappone del XVII secolo.
6. Claudio Zanier è decisamente polemico con chi sottovaluta il capitalismo giapponese e ne ignora la nascita e crescita. Cfr. Claudio Zanier, Accumulazione e sviluppo economico in Giappone. Dalla fine del XVI alla fine del XIX secolo, Einaudi, Torino, 1975. Edwin Reischauer individua gli stessi meccanismi di sviluppo del capitalismo europeo in Giappone. Cfr. Edwin Reischauer, Storia del Giappone, Rizzoli, Milano, 1994.
7. Cfr. Ernst Fritz Schumacher, Buddhist Economics, in "Resurgence", vol.1, n.11, January-February 1968.
8. Cfr. Daisaku Ikeda, Hazel Henderson, Cittadini del mondo, Sperling & Kupfer, Milano, 2005.
9. Ibidem, p.80.
10. Ibidem, p.161.
11. Ibidem, p.217.
12. Ibidem, pp.214-215.
13. Le critiche più interessanti e valide sono quelle di Karl Polanyi. Cfr. Karl Polanyi, La grande trasformazione, Einaudi, Torino, 1974. Sulla questione del mercato autoregolato, ha scritto in maniera inequivocabile anche l'economista Joseph Alois Schumpeter. Secondo Schumpeter, un sistema sociale basato esclusivamente su una rete di liberi contratti guidati dai propri scopi utilitaristici non può funzionare. Ciò che Schumpeter critica, da un punto di vista tecnico, è che il mercato si possa autoregolare da solo. Il mito dell'autoregolazione del mercato è continuamente confutato dalle crisi periodiche che vengono sbrigativamente ignorate e sottovalutate. Cfr. Joseph A. Schumpeter, Il processo capitalistico, Bollati Boringhieri, Torino, 1977; Joseph A. Schumpeter, Storia dell'analisi economica, Bollati Boringhieri, Torino, 1990; Joseph A. Schumpeter, Capitalismo, socialismo e democrazia, Edizioni di Comunità, Milano, 1955.
14. Cfr. Daisaku Ikeda, Hazel Henderson, Cittadini del mondo, op. cit., p.203 e p.214.
Visualizzazione post con etichetta capitalismo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta capitalismo. Mostra tutti i post
domenica 28 marzo 2010
martedì 16 marzo 2010
Il declino del capitalismo
Intervento pubblicato da Umberto Galimberti nella rubrica della rivista settimanale "D La Repubblica".
Cfr. Cristiano Martorella, Il declino del capitalismo, in "D La Repubblica", n.685, anno XV, sabato 13 marzo 2010, p.290.
Il declino del capitalismo
In questi anni i problemi posti dalle economie asiatiche si sono acuiti, ponendo la sempre maggiore e crescente difficoltà di comprensione dei fenomeni. L'idea sostenuta in maniera semplicistica di uno sviluppo del capitalismo grazie alle virtù liberali della società cristiana occidentale, si è irrigidita grazie alla propaganda e al populismo dei movimenti politici. In questo modo la contraddizione più evidente, ossia la presenza della seconda potenza economica, la Cina, fondata su una mistura di capitalismo, comunismo e confucianesimo, non è stata mai presa seriamente in considerazione, e banalmente ridotta a una anomalia. Ciò che invece è falso, ossia l'idea che il capitalismo tragga la sua forza e le sue radici dal liberalismo e dal cristianesimo, viene mistificato e spacciato ideologicamente. Purtroppo il capitalismo è un sistema neutrale che si nutre di contraddizioni, e ha come unico scopo il rafforzamento di se stesso, indipendentemente dall'ideologia politica al potere. In questo modo si spiega perché i paesi dell'Estremo Oriente, come Cina e Giappone, possano adottare un sistema capitalistico senza mutare la struttura sociale. Ed è questo fenomeno che economisti e sociologi dovrebbero studiare, invece di cantare le lodi della società occidentale posta come modello indiscutibile di sviluppo.
Cristiano Martorella
Cfr. Cristiano Martorella, Il declino del capitalismo, in "D La Repubblica", n.685, anno XV, sabato 13 marzo 2010, p.290.
Il declino del capitalismo
In questi anni i problemi posti dalle economie asiatiche si sono acuiti, ponendo la sempre maggiore e crescente difficoltà di comprensione dei fenomeni. L'idea sostenuta in maniera semplicistica di uno sviluppo del capitalismo grazie alle virtù liberali della società cristiana occidentale, si è irrigidita grazie alla propaganda e al populismo dei movimenti politici. In questo modo la contraddizione più evidente, ossia la presenza della seconda potenza economica, la Cina, fondata su una mistura di capitalismo, comunismo e confucianesimo, non è stata mai presa seriamente in considerazione, e banalmente ridotta a una anomalia. Ciò che invece è falso, ossia l'idea che il capitalismo tragga la sua forza e le sue radici dal liberalismo e dal cristianesimo, viene mistificato e spacciato ideologicamente. Purtroppo il capitalismo è un sistema neutrale che si nutre di contraddizioni, e ha come unico scopo il rafforzamento di se stesso, indipendentemente dall'ideologia politica al potere. In questo modo si spiega perché i paesi dell'Estremo Oriente, come Cina e Giappone, possano adottare un sistema capitalistico senza mutare la struttura sociale. Ed è questo fenomeno che economisti e sociologi dovrebbero studiare, invece di cantare le lodi della società occidentale posta come modello indiscutibile di sviluppo.
Cristiano Martorella
martedì 2 febbraio 2010
Le contraddizioni del capitalismo
Intervento pubblicato dal quotidiano "Il Secolo XIX".
Cfr. Cristiano Martorella, Il capitalismo è un sistema che si nutre di contraddizioni, in "Il Secolo XIX", lunedì 1 febbraio 2010, p.20.
Il capitalismo è un sistema che si nutre di contraddizioni
In questi anni, i problemi posti dalle economie asiatiche si sono acuiti, ponendo la sempre maggiore e crescente difficoltà di comprensione dei fenomeni. L'idea sostenuta in maniera semplicistica di uno sviluppo del capitalismo grazie alle virtù liberali della società cristiana occidentale, si è irrigidita grazie alla propaganda e al populismo dei movimenti politici. In questo modo la contraddizione più evidente, ossia la presenza della seconda potenza economica, la Cina, fondata su una mistura di capitalismo, comunismo e confucianesimo, non è stata mai presa seriamente in considerazione, e banalmente ridotta a una anomalia. Ciò che invece è falso, ossia l'idea che il capitalismo tragga la sua forza e le sue radici dal liberalismo e dal cristianesimo, viene mistificato e spacciato ideologicamente. Purtroppo il capitalismo è un sistema neutrale che si nutre di contraddizioni, e ha come unico scopo il rafforzamento di se stesso, indipendentemente dall'ideologia politica al potere. In questo modo si spiega perché i paesi dell'Estremo Oriente, come Cina e Giappone, possano adottare un sistema capitalistico senza mutare la struttura sociale. Ed è questo fenomeno che economisti e sociologi dovrebbero studiare, invece di cantare le lodi della società occidentale posta come modello indiscutibile di sviluppo.
Cristiano Martorella
Cfr. Cristiano Martorella, Il capitalismo è un sistema che si nutre di contraddizioni, in "Il Secolo XIX", lunedì 1 febbraio 2010, p.20.
Il capitalismo è un sistema che si nutre di contraddizioni
In questi anni, i problemi posti dalle economie asiatiche si sono acuiti, ponendo la sempre maggiore e crescente difficoltà di comprensione dei fenomeni. L'idea sostenuta in maniera semplicistica di uno sviluppo del capitalismo grazie alle virtù liberali della società cristiana occidentale, si è irrigidita grazie alla propaganda e al populismo dei movimenti politici. In questo modo la contraddizione più evidente, ossia la presenza della seconda potenza economica, la Cina, fondata su una mistura di capitalismo, comunismo e confucianesimo, non è stata mai presa seriamente in considerazione, e banalmente ridotta a una anomalia. Ciò che invece è falso, ossia l'idea che il capitalismo tragga la sua forza e le sue radici dal liberalismo e dal cristianesimo, viene mistificato e spacciato ideologicamente. Purtroppo il capitalismo è un sistema neutrale che si nutre di contraddizioni, e ha come unico scopo il rafforzamento di se stesso, indipendentemente dall'ideologia politica al potere. In questo modo si spiega perché i paesi dell'Estremo Oriente, come Cina e Giappone, possano adottare un sistema capitalistico senza mutare la struttura sociale. Ed è questo fenomeno che economisti e sociologi dovrebbero studiare, invece di cantare le lodi della società occidentale posta come modello indiscutibile di sviluppo.
Cristiano Martorella
Etichette:
asia,
capitalismo,
cina,
economia,
economia giapponese,
giappone
domenica 11 ottobre 2009
Eclissi del capitalismo
Articolo sul capitalismo pubblicato dal sito Nipponico.com alla voce Botsuraku.
Botsuraku. L’eclissi del capitalismo
di Cristiano Martorella
1 dicembre 2002. Botsuraku in giapponese significa caduta, rovina, declino, eclissi. Però l’eclissi di cui parliamo qui non è l’eclissi del sole, ma l’eclissi metaforica di una stella altrettanto importante per lo sviluppo umano: il capitalismo (shihonshugi). L’espressione che abbiamo coniato, "eclissi del capitalismo", può apparire esagerata eppure si considererà alla fine quanto sia opportuna.
La crisi economica che attanaglia il Giappone, la seconda potenza economica, da un decennio a partire dal 1993, non è stata mai considerata con la dovuta serietà. I detrattori del modello nipponico hanno sempre esultato indicando questa crisi come la conferma delle loro teorie sull’arretratezza strutturale della società giapponese. Mentre questi analisti si compiacevano delle sventure altrui, sono stati inaspettatamente colpiti da sciagura, morte e terrore. Il simbolo dell’orgoglio economico americano veniva sbriciolato dall’atto orribile del fondamentalismo islamico. I soliti opinionisti dediti al riciclaggio delle idee altrui hanno rispolverato le tesi di Samuel Huntington sullo scontro delle civiltà (1). E così ci siamo ritrovati in un gioco delle parti che divideva il mondo in buoni e cattivi. Ciò ha surrettiziamente nascosto le cause degli eventi e trasformato i discorsi in esercizi di retorica e ideologia (2). I movimenti no global (o secondo altra definizione new global) hanno sposato la bandiera degli oppressi e puntato il dito contro le disuguaglianze cercando di sostenere la necessità di un cambiamento dell’ordine mondiale. La produzione intellettuale di questi movimenti è sorprendente per quantità (3), e sicuramente più convincente dei sostenitori del liberismo economico (ciò è facilitato dal contesto sociale estremamente degradato). Eppure la qualità di questi lavori non è così elevata come si crede. Una mente acuta come quella di Alessandro Baricco si è subito accorta delle debolezze intellettuali dei no global, nonostante non si presenti come un oppositore del movimento (4). La teoria dei no global si fonda sul riconoscimento della sperequazione. I ricchi diventano sempre più ricchi a scapito dei poveri. Perciò propongono un’economia etica che tenga in considerazione i princìpi di equità sociale. Purtroppo i no global non hanno nessuna ricetta per il capitalismo e le loro proposte mancano di una solida comprensione della realtà economica. Molte delle analisi dei no global sono pregiudiziali e non considerano importanti aspetti dell’economia. Essi pensano di eliminare le storture del capitalismo che considerano come la causa del disagio sociale. Ciò che indicano come il colpevole, ossia il capitalismo, è in verità la vittima della storia economica. Il capitalismo non potrebbe essere il nemico perché il capitalismo è un soggetto attualmente in agonia. Quello che stiamo vivendo è il periodo più duro per le aziende che devono sostenere la concorrenza internazionale, la crisi demografica e la diminuzione dei consumi, l’innovazione tecnologica, la scarsità di finanziamenti, e tutto ciò in un contesto di continua instabilità interna ed esterna. La causa autentica di questi eventi è da imputare all’eclissi del capitalismo, alla sua incapacità di creare benessere. Ma per capire l’eclissi del capitalismo e le sue conseguenze bisogna accettare innanzitutto quest’idea. L’eclissi del capitalismo esiste ed è reale. Bisogna abbandonare l’idea che il male sia il capitalismo e che esso sia forte e in salute. Al contrario, le distorsioni del capitalismo sono l’indizio della sua agonia.
Ritorniamo dunque alla crisi economica giapponese e vediamo che cosa rappresenti per noi. L’aspetto più interessante che riguarda l’economia giapponese è quello esoterico. Infatti difficilmente troverete degli economisti che siano d’accordo e presentino uno stesso quadro dello sviluppo economico del Giappone, specialmente se recente (5). In Giappone hanno proliferato numerosissime sette buddhiste, altrettanto vale per le scuole economiche. E il paragone con la religione non finisce qui. Alcuni presupposti degli economisti si basano su autentici atti di fede, e il loro linguaggio esoterico è compreso soltanto dagli adepti. L’affermazione, ad esempio, che la ripresa economica è dietro l’angolo è soltanto un atto di fede che presume la visione salvifica del libero mercato. La scienza del concreto, l’economia (letteralmente amministrazione della casa, dal greco oikonomía), è divenuta l’ultima e più seguita setta religiosa. Però il Giappone non ci interessa come caso strampalato, piuttosto come la punta di diamante del capitalismo internazionale. Il Giappone non va deriso o commiserato, poiché il Giappone è il nostro futuro. La crisi che si è presentata nel 1993 non era un fenomeno singolare, piuttosto l’inizio di un evento mondiale: l’eclissi del capitalismo.
Negli anni Ottanta il Giappone aveva portato a maturazione il capitalismo fino a raggiungere livelli ineguagliati di ricchezza. Lo sviluppo industriale nipponico aveva oscurato la potenza statunitense. Al massimo della sua fortuna il Giappone conosceva negli anni Novanta una dura recessione. Perché? Molte motivazioni sono state avanzate, la prima e più accreditata è la bolla speculativa. Oggi, comunque, possiamo meglio capire questi fenomeni e afferrare il senso storico degli eventi. Lo sviluppo economico del Giappone era fondato su basi solide: un apparato industriale avanzato, tecnologicamente concorrenziale (se non addirittura senza concorrenti) e una forza lavoro ordinata, organizzata e disciplinata. Che cos’è che non funziona? La risposta può essere fornita soltanto se sappiamo che cos’è il capitalismo (6).
Il capitalismo è quel sistema che ha come obiettivo la valorizzazione del capitale tramite un’attività produttiva o commerciale che crei profitto. In questo sistema ha un ruolo fondamentale e cruciale la moneta che permette la rotazione del capitale, ovvero il passaggio dall’investimento di denaro in un bene che produca altro denaro (secondo lo schema D-M-D’). Pertanto il processo di produzione deve essere organizzato in modo da rendere massimo il profitto e minimo il costo. Se non si realizzasse un profitto l’investimento di capitale non avrebbe senso. Ma come ha origine questo aumento di valore del capitale investito? Esso avviene tramite il lavoro, come intuito da David Ricardo. Secondo Ricardo il lavoro crea un valore aggiunto. Dunque la merce incorpora il lavoro e il valore del lavoro. David Ricardo addirittura pone il lavoro come punto di partenza: la misura del valore non può che essere il lavoro contenuto nelle merci. La moneta d’altronde nasce dalla divisione sociale del lavoro (specializzazione delle attività produttive) e con la nascita dello scambio (libero mercato). La teoria della moneta di David Ricardo ci permette di capire che cosa si nasconda dietro il velo della moneta. La moneta non è altro che una convenzione sostenuta dal sistema sociale del lavoro. Ciò ci permette di sbarazzarci delle suggestioni che suggeriscono una visione della finanza come astrazione. La superficie convenzionale della moneta non deve far dimenticare che il suo valore è fornito dal lavoro. L’altro aspetto essenziale è costituito dal mercato che rende possibile il sistema economico e finanziario. Però il mercato è una funzione dell’organizzazione sociale ed è garantito soltanto dall’esistenza di una complessa e articolata società. L’antropologia ha sviluppato molte intuizioni degli economisti per considerare le differenti relazioni umane: reciprocità, redistribuzione e scambio. Marshall Sahlins, partendo dalla teoria di Karl Polanyi, sostenne tre tipi di reciprocità (generalizzata, bilanciata e negativa). La reciprocità generalizzata nasce da un rapporto istituzionale (per esempio i doveri familiari, il dono, l’ospitalità). La reciprocità bilanciata riguarda scambi simultanei di beni della stessa categoria. La reciprocità negativa è costituita da uno scambio finalizzato ad ottenere un utile (per esempio un baratto vantaggioso). La reciprocità avviene fra istituzioni simmetriche. La redistribuzione è invece un movimento di beni in condizione di dissimmetria istituzionale. Il flusso avviene verso oppure da un centro. La redistribuzione è per esempio il sistema di tassazione (con un ministero delle finanze posto al centro). Lo scambio è invece un movimento di beni all’interno di un mercato autoregolato fra soggetti diversi. Se nella reciprocità c’è una simmetria, e nella redistribuzione una centralità, invece nello scambio i soggetti sono liberi. Lo scambio di mercato tende a massimizzare i vantaggi secondo un’ipotesi avanzata da Adam Smith (teoria della propensione allo scambio utilitario) e ripresa con forza dalla scuola dei marginalisti. Karl Polanyi descrisse e sottopose a critica l’area istituzionale che comprende gli scambi collegati al commercio, il mercato e la moneta, ritenuto un sistema composto da una terna di parti connesse e inscindibili. Essa viene definita "triade catallattica" riprendendo una definizione dell’economista Richard Wathely. Ciò ci deve far considerare l’importanza delle istituzioni che sottendono il mercato, il quale non è affatto qualcosa di spontaneo. Il mercato, infatti, solo a partire dal XIX secolo e grazie alla rivoluzione industriale viene scorporato (disembedded) dalla società e diviene autoregolato. Questa è l’epoca della nascita del capitalismo (in precedenza si poteva osservare un capitalismo mercantilista, una forma primordiale del capitalismo). Negli anni Ottanta del XX secolo si afferma la dottrina iper-liberista che pone dei limiti al controllo degli stati che perdono definitivamente ogni dominio della vita sociale ormai sottoposta alle esigenze dell’economia (7). Anche l’economia giapponese, sull’onda della competizione con gli Stati Uniti, si converte al liberismo. L’idea di una società giapponese unita e compatta è in realtà un mito che non tiene presente l’evoluzione storica del paese. Si tratta di una visione sostenuta dall’astrazione di un presunto spirito neoconfuciano. Eppure le altre influenze culturali (shintoismo e buddhismo in primo luogo) ebbero una prevalenza ben maggiore del confucianesimo spesso osteggiato da pensatori come Motoori Norinaga (sua è l’espressione spregiativa karagokoro, ossia mentalità cinese). La tendenza giapponese degli anni Novanta a sposare le tesi dell’economia liberista è segnalata, a volte denunciata, dai due fronti opposti della sinistra socialdemocratica e della destra liberaldemocratica. In particolare il premier Koizumi Jun’ichiro si è distinto per la sua convinzione nella necessità di varare riforme liberiste. Però sono soprattutto gli economisti giapponesi a indicare questa svolta del Giappone. Ohmae Kenichi [Omae Ken’ichi], convinto assertore del liberismo ha spronato il suo paese ad adottare cambiamenti a favore del libero mercato. Autore di numerosi testi sulla ristrutturazione dell’economia giapponese è Noguchi Yukio, attento osservatore delle prospettive delle nuove tecnologie. Opposta la posizione di Ito Makoto che denuncia i mali comportati dall’adesione del Giappone alla politica economica liberista (8). Constata l’autentica condizione dell’economia giapponese (si considerino anche le privatizzazioni e l’eliminazione delle barriere protezionistiche) si può riconoscere che la crisi giapponese non è imputabile ai difetti del modello giapponese, piuttosto è l’eclissi del capitalismo che è stato portato in Giappone nella fase più avanzata. In conclusione il Giappone è l’orizzonte dell’eclissi del capitalismo, un fenomeno che coinvolgerà l’intero mondo.
Che cos’è che rende possibile l’eclissi del capitalismo? La questione merita un approccio tecnico che è possibile grazie all’imponente quantità di studi di economisti, storici e sociologi. Perché tale risposta non è stata fornita finora? La divisione, spesso politica, delle differenti scuole economiche ha impedito di mettere insieme i pezzi di questo puzzle.
Cerchiamo di presentare un quadro sintetico, ma completo, delle ragioni dell’eclissi del capitalismo. Due sono le motivazioni fondamentali della svolta storica dell’economia mondiale:
- l’esaurimento dei fattori antagonisti al calo del saggio di profitto;
- il prezzo non più collegato al valore.
Il calo del saggio di profitto è una scoperta di Karl Marx rifiutata dalle altre scuole. Qui la presentiamo in una formulazione che prescinde dalla teoria del plusvalore e utilizza la terminologia dell’economia classica.
s = Gt / (Cc + Cv)
s saggio di profitto
Gt profitto totale
Cc capitale costante
Cv capitale variabile
Il saggio di profitto s esprime il rendimento dell’investimento ed è definito nell’economia classica dal rapporto tra il profitto totale e il costo totale (Gt / Ct). Il capitale costante Cc è la spesa in investimenti costanti come macchinari, materiali, energia, etc. Il capitale variabile Cv è il salario per i lavoratori. La scomposizione del costo totale Ct in capitale costante Cc e capitale variabile Cv permette di desumere che il saggio di profitto è inversamente proporzionale alla composizione organica del capitale (q = Cc / Cv). Eseguiamo i passaggi:
s = Gt / (Cc + Cv)
s = (Gt / Cv) / ((Cc + Cv) / Cv)
s = (Gt / Cv) / (1 + q)
Dunque il saggio di profitto diminuisce all’aumentare della composizione organica del capitale. La legge della caduta tendenziale del saggio di profitto è la condanna per esaurimento del capitalismo. Infatti l’espansione e l’aumento del capitale comporta la diminuzione del rendimento di un investimento. Poiché il capitalismo ricerca un investimento che crei profitto, questa tendenza si rivela fatale. L’investimento non è possibile se non è vantaggioso. Il capitalismo crea le condizioni perché ciò, paradossalmente, non avvenga. Gli investimenti sono sempre meno redditizi. Ovviamente il capitalismo non è entrato in crisi grazie ai fattori antagonisti alla caduta del saggio di profitto:
1) Ritmi di lavoro più veloci e maggiore efficienza;
2) Diminuzione dei costi del lavoro;
3) Diminuzione dei costi dei macchinari e delle materie prime;
4) Utilizzo della manodopera in modo massiccio;
5) Commercio vantaggioso con l’estero.
Come indica anche Joseph Schumpeter è soprattutto la tecnologia a fornire un eccezionale mezzo per attuare i punti 1, 2 e 3. Lo sviluppo industriale è infatti la storia del progresso tecnologico che ha permesso di superare le fasi di stasi del capitalismo.
Grazie alla globalizzazione e alla tecnologia sono diminuiti i costi di produzione e i costi delle materie prime. Eppure è stata la stessa globalizzazione ad esaurire gli effetti positivi dei fattori antagonisti al calo del saggio di profitto. La globalizzazione ha eliminato la diversità e ciò ha comportato il crollo dei meccanismi alla base dello scambio utilitario (il fondamento del libero mercato). La disposizione a vedere il mondo in un’unica maniera ha inaridito le capacità intellettuali e l’indagine scientifica. Gli scienziati sono stati asserviti alle esigenze aziendali e hanno abbandonato la ricerca pura e le invenzioni alternative. I fattori antagonisti al calo del saggio di profitto sono drasticamente indeboliti. Dunque trarre profitto tramite il lavoro e la produzione è nell’economia contemporanea più difficile.
Tuttavia è la seconda motivazione dell’eclissi del capitalismo a spiegarci come sia possibile ancora il profitto. Il prezzo non è collegato più al valore. Questa scoperta è merito dell’economista Oomae Ken’ichi (9). Ed è abbastanza facile constatarlo. Il prezzo di un software non dipende dal lavoro occorso per produrlo. Ciò contraddice la teoria di David Ricardo e Karl Marx sul lavoro e la moneta. Semplicemente si è passati da una società industriale fondata sul lavoro a una società dei servizi fondata sull’informazione. Però la scoperta di Oomae costituisce anche una condanna definitiva del capitalismo. Ora la formula D-M-D’ non è valida perché il prezzo non è più stabilito da meccanismi automatici dettati dall’organizzazione del lavoro. Così la rotazione del capitale non è più la forza propulsiva del capitalismo.
L’eclissi del capitalismo non significa la fine dell’economia, piuttosto una diversa e nuova economia. Questa economia sfrutterà le conoscenze per l’acquisizione di vantaggi commerciali e finanziari. L’informazione diverrà merce e il prodotto più prezioso e ricercato.
I no global hanno in parte ragione e in parte torto. Sono nel giusto nel denunciare le storture del capitalismo che sono sintomi evidenti del suo declino. Ed è sensato ammettere che il mondo che conosciamo debba essere cambiato per rispondere alle esigenze dell’umanità. Sbagliano quando pretendono di trovare soluzioni politiche ai problemi economici scavalcando gli studi scientifici. Sbagliano ponendo la volontà al di sopra della conoscenza e ritenendo che il capitalismo sarà sconfitto dalla moltitudine ribelle. Il capitalismo è una forma economica e sarà abbattuto soltanto da un’altra forma economica. E in verità questo sta già accadendo.
Note
1. Cfr. Huntington, Samuel, Lo scontro di civiltà e la ricostruzione dell’ordine mondiale, Garzanti, Milano, 1997.
2. Eugenio Scalfari dalle pagine de "La Repubblica" ha definito gli articoli di Oriana Fallaci come un esercizio di retorica. Per l’opera della scrittrice si consulti il celebre pamphlet: Fallaci, Oriana, La rabbia e l’orgoglio, Rizzoli, Milano, 2001.
3. Ricordiamo alcuni libri: Hardt, Michael e Negri, Antonio, Impero. Il nuovo ordine della globalizzazione, Rizzoli, Milano, 2002; Klein, Naomi, No Logo, Baldini & Castoldi, Milano, 2001.
4. Cfr. Baricco, Alessandro, Next. Piccolo libro sulla globalizzazione e sul mondo che verrà, Feltrinelli, Milano, 2002, p.50 e p.59.
5. Per fortuna c’è qualcuno che ha il coraggio di riconoscere questa condizione: Cfr. Glosserman, Brad, Il fattore Koizumi non basta più, in "Limes", n.3 / 2002, pp.115-122. "[…] sulle cause che hanno condotto a questa situazione c’è disaccordo" (p.121).
6. Molti analisti hanno sostenuto che l’economia giapponese peccasse di rigidità e hanno suggerito una forte iniezione di liberismo. In realtà fin dagli anni Ottanta si era applicata in Giappone la ricetta liberista, peggiorando soltanto le condizioni sociali. Cfr. Ito, Makoto, La crisi giapponese, in "La rivista del manifesto", n.19 luglio-agosto 2001.
7. Cfr. Ohmae, Kenichi [Omae Ken'ichi], La fine dello stato-nazione. L’emergere delle economie regionali, Baldini & Castoldi, Milano, 1996.
8. Ito Makoto fornisce un’ampia e attendibile documentazione per sostenere le sue tesi. Cfr. Ito, Makoto, The World Economic Crisis and Japanese Capitalism, Macmillan, London, 2000.
9. Cfr. Ohmae, Kenichi, Il continente invisibile, Fazi Editore, Roma, 2001, p.330.
Bibliografia
Galbraith, John Kenneth, La società opulenta, Edizioni di Comunità, Milano, 1959.
Giddens, Anthony, Sociologia. Un’introduzione critica, Il Mulino, Bologna, 1983.
Marx, Karl, Per una critica dell’economia politica, Editori Riuniti, Roma, 1970.
Menger, Carl, Princìpi di economia politica, UTET, Torino, 1976
Noguchi, Yukio, Senkyuhyakuyonjunen taisei, Toyo Keizai Shinposha, Tokyo, 1995.
Ohmae, Kenichi [Omae Ken'ichi], Il continente invisibile, Fazi Editore, Roma, 2001.
Polanyi, Karl, La grande trasformazione, Einaudi, Torino, 1974.
Polanyi, Karl, Economie primitive arcaiche e moderne, Einaudi, Torino, 1980.
Ricardo, David, Princìpi dell’economia politica e delle imposte, UTET, Torino, 1954.
Rifkin, Jeremy, La fine del lavoro. Il declino della forza lavoro globale e l’avvento dell’era post-mercato, Baldini & Castoldi, Milano, 1997.
Sahlins, Marshall, L’economia dell’età della pietra, Bompiani, Milano, 1980.
Sakakibara, Eisuke, Japan Beyond Capitalism, Keizai Inc., Tokyo, 1990.
Schumpeter, Joseph, Il processo capitalistico, Bollati Boringhieri, Torino, 1977.
Schumpeter, Joseph, Storia dell’analisi economica, Bollati Boringhieri, Torino, 1990.
Sibilla, Paolo, Introduzione all’antropologia economica, UTET, Torino, 1996.
Tachibanaki, Toshiaki, Nihon no keizai kakusa, Iwanami shoten, Tokyo, 1998.
Botsuraku. L’eclissi del capitalismo
di Cristiano Martorella
1 dicembre 2002. Botsuraku in giapponese significa caduta, rovina, declino, eclissi. Però l’eclissi di cui parliamo qui non è l’eclissi del sole, ma l’eclissi metaforica di una stella altrettanto importante per lo sviluppo umano: il capitalismo (shihonshugi). L’espressione che abbiamo coniato, "eclissi del capitalismo", può apparire esagerata eppure si considererà alla fine quanto sia opportuna.
La crisi economica che attanaglia il Giappone, la seconda potenza economica, da un decennio a partire dal 1993, non è stata mai considerata con la dovuta serietà. I detrattori del modello nipponico hanno sempre esultato indicando questa crisi come la conferma delle loro teorie sull’arretratezza strutturale della società giapponese. Mentre questi analisti si compiacevano delle sventure altrui, sono stati inaspettatamente colpiti da sciagura, morte e terrore. Il simbolo dell’orgoglio economico americano veniva sbriciolato dall’atto orribile del fondamentalismo islamico. I soliti opinionisti dediti al riciclaggio delle idee altrui hanno rispolverato le tesi di Samuel Huntington sullo scontro delle civiltà (1). E così ci siamo ritrovati in un gioco delle parti che divideva il mondo in buoni e cattivi. Ciò ha surrettiziamente nascosto le cause degli eventi e trasformato i discorsi in esercizi di retorica e ideologia (2). I movimenti no global (o secondo altra definizione new global) hanno sposato la bandiera degli oppressi e puntato il dito contro le disuguaglianze cercando di sostenere la necessità di un cambiamento dell’ordine mondiale. La produzione intellettuale di questi movimenti è sorprendente per quantità (3), e sicuramente più convincente dei sostenitori del liberismo economico (ciò è facilitato dal contesto sociale estremamente degradato). Eppure la qualità di questi lavori non è così elevata come si crede. Una mente acuta come quella di Alessandro Baricco si è subito accorta delle debolezze intellettuali dei no global, nonostante non si presenti come un oppositore del movimento (4). La teoria dei no global si fonda sul riconoscimento della sperequazione. I ricchi diventano sempre più ricchi a scapito dei poveri. Perciò propongono un’economia etica che tenga in considerazione i princìpi di equità sociale. Purtroppo i no global non hanno nessuna ricetta per il capitalismo e le loro proposte mancano di una solida comprensione della realtà economica. Molte delle analisi dei no global sono pregiudiziali e non considerano importanti aspetti dell’economia. Essi pensano di eliminare le storture del capitalismo che considerano come la causa del disagio sociale. Ciò che indicano come il colpevole, ossia il capitalismo, è in verità la vittima della storia economica. Il capitalismo non potrebbe essere il nemico perché il capitalismo è un soggetto attualmente in agonia. Quello che stiamo vivendo è il periodo più duro per le aziende che devono sostenere la concorrenza internazionale, la crisi demografica e la diminuzione dei consumi, l’innovazione tecnologica, la scarsità di finanziamenti, e tutto ciò in un contesto di continua instabilità interna ed esterna. La causa autentica di questi eventi è da imputare all’eclissi del capitalismo, alla sua incapacità di creare benessere. Ma per capire l’eclissi del capitalismo e le sue conseguenze bisogna accettare innanzitutto quest’idea. L’eclissi del capitalismo esiste ed è reale. Bisogna abbandonare l’idea che il male sia il capitalismo e che esso sia forte e in salute. Al contrario, le distorsioni del capitalismo sono l’indizio della sua agonia.
Ritorniamo dunque alla crisi economica giapponese e vediamo che cosa rappresenti per noi. L’aspetto più interessante che riguarda l’economia giapponese è quello esoterico. Infatti difficilmente troverete degli economisti che siano d’accordo e presentino uno stesso quadro dello sviluppo economico del Giappone, specialmente se recente (5). In Giappone hanno proliferato numerosissime sette buddhiste, altrettanto vale per le scuole economiche. E il paragone con la religione non finisce qui. Alcuni presupposti degli economisti si basano su autentici atti di fede, e il loro linguaggio esoterico è compreso soltanto dagli adepti. L’affermazione, ad esempio, che la ripresa economica è dietro l’angolo è soltanto un atto di fede che presume la visione salvifica del libero mercato. La scienza del concreto, l’economia (letteralmente amministrazione della casa, dal greco oikonomía), è divenuta l’ultima e più seguita setta religiosa. Però il Giappone non ci interessa come caso strampalato, piuttosto come la punta di diamante del capitalismo internazionale. Il Giappone non va deriso o commiserato, poiché il Giappone è il nostro futuro. La crisi che si è presentata nel 1993 non era un fenomeno singolare, piuttosto l’inizio di un evento mondiale: l’eclissi del capitalismo.
Negli anni Ottanta il Giappone aveva portato a maturazione il capitalismo fino a raggiungere livelli ineguagliati di ricchezza. Lo sviluppo industriale nipponico aveva oscurato la potenza statunitense. Al massimo della sua fortuna il Giappone conosceva negli anni Novanta una dura recessione. Perché? Molte motivazioni sono state avanzate, la prima e più accreditata è la bolla speculativa. Oggi, comunque, possiamo meglio capire questi fenomeni e afferrare il senso storico degli eventi. Lo sviluppo economico del Giappone era fondato su basi solide: un apparato industriale avanzato, tecnologicamente concorrenziale (se non addirittura senza concorrenti) e una forza lavoro ordinata, organizzata e disciplinata. Che cos’è che non funziona? La risposta può essere fornita soltanto se sappiamo che cos’è il capitalismo (6).
Il capitalismo è quel sistema che ha come obiettivo la valorizzazione del capitale tramite un’attività produttiva o commerciale che crei profitto. In questo sistema ha un ruolo fondamentale e cruciale la moneta che permette la rotazione del capitale, ovvero il passaggio dall’investimento di denaro in un bene che produca altro denaro (secondo lo schema D-M-D’). Pertanto il processo di produzione deve essere organizzato in modo da rendere massimo il profitto e minimo il costo. Se non si realizzasse un profitto l’investimento di capitale non avrebbe senso. Ma come ha origine questo aumento di valore del capitale investito? Esso avviene tramite il lavoro, come intuito da David Ricardo. Secondo Ricardo il lavoro crea un valore aggiunto. Dunque la merce incorpora il lavoro e il valore del lavoro. David Ricardo addirittura pone il lavoro come punto di partenza: la misura del valore non può che essere il lavoro contenuto nelle merci. La moneta d’altronde nasce dalla divisione sociale del lavoro (specializzazione delle attività produttive) e con la nascita dello scambio (libero mercato). La teoria della moneta di David Ricardo ci permette di capire che cosa si nasconda dietro il velo della moneta. La moneta non è altro che una convenzione sostenuta dal sistema sociale del lavoro. Ciò ci permette di sbarazzarci delle suggestioni che suggeriscono una visione della finanza come astrazione. La superficie convenzionale della moneta non deve far dimenticare che il suo valore è fornito dal lavoro. L’altro aspetto essenziale è costituito dal mercato che rende possibile il sistema economico e finanziario. Però il mercato è una funzione dell’organizzazione sociale ed è garantito soltanto dall’esistenza di una complessa e articolata società. L’antropologia ha sviluppato molte intuizioni degli economisti per considerare le differenti relazioni umane: reciprocità, redistribuzione e scambio. Marshall Sahlins, partendo dalla teoria di Karl Polanyi, sostenne tre tipi di reciprocità (generalizzata, bilanciata e negativa). La reciprocità generalizzata nasce da un rapporto istituzionale (per esempio i doveri familiari, il dono, l’ospitalità). La reciprocità bilanciata riguarda scambi simultanei di beni della stessa categoria. La reciprocità negativa è costituita da uno scambio finalizzato ad ottenere un utile (per esempio un baratto vantaggioso). La reciprocità avviene fra istituzioni simmetriche. La redistribuzione è invece un movimento di beni in condizione di dissimmetria istituzionale. Il flusso avviene verso oppure da un centro. La redistribuzione è per esempio il sistema di tassazione (con un ministero delle finanze posto al centro). Lo scambio è invece un movimento di beni all’interno di un mercato autoregolato fra soggetti diversi. Se nella reciprocità c’è una simmetria, e nella redistribuzione una centralità, invece nello scambio i soggetti sono liberi. Lo scambio di mercato tende a massimizzare i vantaggi secondo un’ipotesi avanzata da Adam Smith (teoria della propensione allo scambio utilitario) e ripresa con forza dalla scuola dei marginalisti. Karl Polanyi descrisse e sottopose a critica l’area istituzionale che comprende gli scambi collegati al commercio, il mercato e la moneta, ritenuto un sistema composto da una terna di parti connesse e inscindibili. Essa viene definita "triade catallattica" riprendendo una definizione dell’economista Richard Wathely. Ciò ci deve far considerare l’importanza delle istituzioni che sottendono il mercato, il quale non è affatto qualcosa di spontaneo. Il mercato, infatti, solo a partire dal XIX secolo e grazie alla rivoluzione industriale viene scorporato (disembedded) dalla società e diviene autoregolato. Questa è l’epoca della nascita del capitalismo (in precedenza si poteva osservare un capitalismo mercantilista, una forma primordiale del capitalismo). Negli anni Ottanta del XX secolo si afferma la dottrina iper-liberista che pone dei limiti al controllo degli stati che perdono definitivamente ogni dominio della vita sociale ormai sottoposta alle esigenze dell’economia (7). Anche l’economia giapponese, sull’onda della competizione con gli Stati Uniti, si converte al liberismo. L’idea di una società giapponese unita e compatta è in realtà un mito che non tiene presente l’evoluzione storica del paese. Si tratta di una visione sostenuta dall’astrazione di un presunto spirito neoconfuciano. Eppure le altre influenze culturali (shintoismo e buddhismo in primo luogo) ebbero una prevalenza ben maggiore del confucianesimo spesso osteggiato da pensatori come Motoori Norinaga (sua è l’espressione spregiativa karagokoro, ossia mentalità cinese). La tendenza giapponese degli anni Novanta a sposare le tesi dell’economia liberista è segnalata, a volte denunciata, dai due fronti opposti della sinistra socialdemocratica e della destra liberaldemocratica. In particolare il premier Koizumi Jun’ichiro si è distinto per la sua convinzione nella necessità di varare riforme liberiste. Però sono soprattutto gli economisti giapponesi a indicare questa svolta del Giappone. Ohmae Kenichi [Omae Ken’ichi], convinto assertore del liberismo ha spronato il suo paese ad adottare cambiamenti a favore del libero mercato. Autore di numerosi testi sulla ristrutturazione dell’economia giapponese è Noguchi Yukio, attento osservatore delle prospettive delle nuove tecnologie. Opposta la posizione di Ito Makoto che denuncia i mali comportati dall’adesione del Giappone alla politica economica liberista (8). Constata l’autentica condizione dell’economia giapponese (si considerino anche le privatizzazioni e l’eliminazione delle barriere protezionistiche) si può riconoscere che la crisi giapponese non è imputabile ai difetti del modello giapponese, piuttosto è l’eclissi del capitalismo che è stato portato in Giappone nella fase più avanzata. In conclusione il Giappone è l’orizzonte dell’eclissi del capitalismo, un fenomeno che coinvolgerà l’intero mondo.
Che cos’è che rende possibile l’eclissi del capitalismo? La questione merita un approccio tecnico che è possibile grazie all’imponente quantità di studi di economisti, storici e sociologi. Perché tale risposta non è stata fornita finora? La divisione, spesso politica, delle differenti scuole economiche ha impedito di mettere insieme i pezzi di questo puzzle.
Cerchiamo di presentare un quadro sintetico, ma completo, delle ragioni dell’eclissi del capitalismo. Due sono le motivazioni fondamentali della svolta storica dell’economia mondiale:
- l’esaurimento dei fattori antagonisti al calo del saggio di profitto;
- il prezzo non più collegato al valore.
Il calo del saggio di profitto è una scoperta di Karl Marx rifiutata dalle altre scuole. Qui la presentiamo in una formulazione che prescinde dalla teoria del plusvalore e utilizza la terminologia dell’economia classica.
s = Gt / (Cc + Cv)
s saggio di profitto
Gt profitto totale
Cc capitale costante
Cv capitale variabile
Il saggio di profitto s esprime il rendimento dell’investimento ed è definito nell’economia classica dal rapporto tra il profitto totale e il costo totale (Gt / Ct). Il capitale costante Cc è la spesa in investimenti costanti come macchinari, materiali, energia, etc. Il capitale variabile Cv è il salario per i lavoratori. La scomposizione del costo totale Ct in capitale costante Cc e capitale variabile Cv permette di desumere che il saggio di profitto è inversamente proporzionale alla composizione organica del capitale (q = Cc / Cv). Eseguiamo i passaggi:
s = Gt / (Cc + Cv)
s = (Gt / Cv) / ((Cc + Cv) / Cv)
s = (Gt / Cv) / (1 + q)
Dunque il saggio di profitto diminuisce all’aumentare della composizione organica del capitale. La legge della caduta tendenziale del saggio di profitto è la condanna per esaurimento del capitalismo. Infatti l’espansione e l’aumento del capitale comporta la diminuzione del rendimento di un investimento. Poiché il capitalismo ricerca un investimento che crei profitto, questa tendenza si rivela fatale. L’investimento non è possibile se non è vantaggioso. Il capitalismo crea le condizioni perché ciò, paradossalmente, non avvenga. Gli investimenti sono sempre meno redditizi. Ovviamente il capitalismo non è entrato in crisi grazie ai fattori antagonisti alla caduta del saggio di profitto:
1) Ritmi di lavoro più veloci e maggiore efficienza;
2) Diminuzione dei costi del lavoro;
3) Diminuzione dei costi dei macchinari e delle materie prime;
4) Utilizzo della manodopera in modo massiccio;
5) Commercio vantaggioso con l’estero.
Come indica anche Joseph Schumpeter è soprattutto la tecnologia a fornire un eccezionale mezzo per attuare i punti 1, 2 e 3. Lo sviluppo industriale è infatti la storia del progresso tecnologico che ha permesso di superare le fasi di stasi del capitalismo.
Grazie alla globalizzazione e alla tecnologia sono diminuiti i costi di produzione e i costi delle materie prime. Eppure è stata la stessa globalizzazione ad esaurire gli effetti positivi dei fattori antagonisti al calo del saggio di profitto. La globalizzazione ha eliminato la diversità e ciò ha comportato il crollo dei meccanismi alla base dello scambio utilitario (il fondamento del libero mercato). La disposizione a vedere il mondo in un’unica maniera ha inaridito le capacità intellettuali e l’indagine scientifica. Gli scienziati sono stati asserviti alle esigenze aziendali e hanno abbandonato la ricerca pura e le invenzioni alternative. I fattori antagonisti al calo del saggio di profitto sono drasticamente indeboliti. Dunque trarre profitto tramite il lavoro e la produzione è nell’economia contemporanea più difficile.
Tuttavia è la seconda motivazione dell’eclissi del capitalismo a spiegarci come sia possibile ancora il profitto. Il prezzo non è collegato più al valore. Questa scoperta è merito dell’economista Oomae Ken’ichi (9). Ed è abbastanza facile constatarlo. Il prezzo di un software non dipende dal lavoro occorso per produrlo. Ciò contraddice la teoria di David Ricardo e Karl Marx sul lavoro e la moneta. Semplicemente si è passati da una società industriale fondata sul lavoro a una società dei servizi fondata sull’informazione. Però la scoperta di Oomae costituisce anche una condanna definitiva del capitalismo. Ora la formula D-M-D’ non è valida perché il prezzo non è più stabilito da meccanismi automatici dettati dall’organizzazione del lavoro. Così la rotazione del capitale non è più la forza propulsiva del capitalismo.
L’eclissi del capitalismo non significa la fine dell’economia, piuttosto una diversa e nuova economia. Questa economia sfrutterà le conoscenze per l’acquisizione di vantaggi commerciali e finanziari. L’informazione diverrà merce e il prodotto più prezioso e ricercato.
I no global hanno in parte ragione e in parte torto. Sono nel giusto nel denunciare le storture del capitalismo che sono sintomi evidenti del suo declino. Ed è sensato ammettere che il mondo che conosciamo debba essere cambiato per rispondere alle esigenze dell’umanità. Sbagliano quando pretendono di trovare soluzioni politiche ai problemi economici scavalcando gli studi scientifici. Sbagliano ponendo la volontà al di sopra della conoscenza e ritenendo che il capitalismo sarà sconfitto dalla moltitudine ribelle. Il capitalismo è una forma economica e sarà abbattuto soltanto da un’altra forma economica. E in verità questo sta già accadendo.
Note
1. Cfr. Huntington, Samuel, Lo scontro di civiltà e la ricostruzione dell’ordine mondiale, Garzanti, Milano, 1997.
2. Eugenio Scalfari dalle pagine de "La Repubblica" ha definito gli articoli di Oriana Fallaci come un esercizio di retorica. Per l’opera della scrittrice si consulti il celebre pamphlet: Fallaci, Oriana, La rabbia e l’orgoglio, Rizzoli, Milano, 2001.
3. Ricordiamo alcuni libri: Hardt, Michael e Negri, Antonio, Impero. Il nuovo ordine della globalizzazione, Rizzoli, Milano, 2002; Klein, Naomi, No Logo, Baldini & Castoldi, Milano, 2001.
4. Cfr. Baricco, Alessandro, Next. Piccolo libro sulla globalizzazione e sul mondo che verrà, Feltrinelli, Milano, 2002, p.50 e p.59.
5. Per fortuna c’è qualcuno che ha il coraggio di riconoscere questa condizione: Cfr. Glosserman, Brad, Il fattore Koizumi non basta più, in "Limes", n.3 / 2002, pp.115-122. "[…] sulle cause che hanno condotto a questa situazione c’è disaccordo" (p.121).
6. Molti analisti hanno sostenuto che l’economia giapponese peccasse di rigidità e hanno suggerito una forte iniezione di liberismo. In realtà fin dagli anni Ottanta si era applicata in Giappone la ricetta liberista, peggiorando soltanto le condizioni sociali. Cfr. Ito, Makoto, La crisi giapponese, in "La rivista del manifesto", n.19 luglio-agosto 2001.
7. Cfr. Ohmae, Kenichi [Omae Ken'ichi], La fine dello stato-nazione. L’emergere delle economie regionali, Baldini & Castoldi, Milano, 1996.
8. Ito Makoto fornisce un’ampia e attendibile documentazione per sostenere le sue tesi. Cfr. Ito, Makoto, The World Economic Crisis and Japanese Capitalism, Macmillan, London, 2000.
9. Cfr. Ohmae, Kenichi, Il continente invisibile, Fazi Editore, Roma, 2001, p.330.
Bibliografia
Galbraith, John Kenneth, La società opulenta, Edizioni di Comunità, Milano, 1959.
Giddens, Anthony, Sociologia. Un’introduzione critica, Il Mulino, Bologna, 1983.
Marx, Karl, Per una critica dell’economia politica, Editori Riuniti, Roma, 1970.
Menger, Carl, Princìpi di economia politica, UTET, Torino, 1976
Noguchi, Yukio, Senkyuhyakuyonjunen taisei, Toyo Keizai Shinposha, Tokyo, 1995.
Ohmae, Kenichi [Omae Ken'ichi], Il continente invisibile, Fazi Editore, Roma, 2001.
Polanyi, Karl, La grande trasformazione, Einaudi, Torino, 1974.
Polanyi, Karl, Economie primitive arcaiche e moderne, Einaudi, Torino, 1980.
Ricardo, David, Princìpi dell’economia politica e delle imposte, UTET, Torino, 1954.
Rifkin, Jeremy, La fine del lavoro. Il declino della forza lavoro globale e l’avvento dell’era post-mercato, Baldini & Castoldi, Milano, 1997.
Sahlins, Marshall, L’economia dell’età della pietra, Bompiani, Milano, 1980.
Sakakibara, Eisuke, Japan Beyond Capitalism, Keizai Inc., Tokyo, 1990.
Schumpeter, Joseph, Il processo capitalistico, Bollati Boringhieri, Torino, 1977.
Schumpeter, Joseph, Storia dell’analisi economica, Bollati Boringhieri, Torino, 1990.
Sibilla, Paolo, Introduzione all’antropologia economica, UTET, Torino, 1996.
Tachibanaki, Toshiaki, Nihon no keizai kakusa, Iwanami shoten, Tokyo, 1998.
Capitalismo e democrazia
Articolo sul capitalismo e la politica giapponese pubblicato dal sito Nipponico.com alla voce Shihonshugi.
Shihonshugi
Capitalismo e democrazia giapponese
di Cristiano Martorella
22 gennaio 2002. L'economia giapponese e la politica hanno costituito un binomio osservato con estremo sospetto e diffidenza. Fra gli autori che hanno ritenuto di individuare delle anomalie nei rapporti fra politica ed economia ricordiamo Yanaga Chitoshi(1). Secondo Yanaga gli accordi commerciali sarebbero stati orchestrati dallo establishment. Estremamente polemico, spesso fazioso, Karel van Wolferen che accusa il Giappone di aver costituito un'economia di guerra tramite l'alleanza perversa fra politica e business(2). Da un altro punto di vista, Noguchi Yukio aveva individuato la tipicità del sistema economico giapponese con le sue debolezze e virtù: una politica economica che aveva trasformato il libero mercato in un sistema di mobilitazione nazionale con la priorità della produzione rispetto alla competizione interna(3).Sulla base di questi presupposti, vale la pena indagare sulla vera natura della politica e dell'economia giapponese, prima considerate singolarmente (per evitare ogni pregiudizio) e poi nelle loro relazioni.
Incominciamo dall'economia. La parola giapponese shihonshugi traduce il termine capitalismo senza sostanziali differenze. Shihon è il capitale, mentre shihonka sono i capitalisti o borghesi. La parola shihon è composta da due kanji: shi (risorse) e hon (origine, fondamento). Shugi è il suffisso traducibile come -ismo, il quale indica una dottrina o un principio. Non c'è quindi ragione di dubitare cosa intendano i giapponesi per capitalismo. Piuttosto è utile ricordare l'analisi del capitalismo e la sua definizione secondo gli studi classici di economia.Il capitalismo è un principio di organizzazione economica caratterizzato dall'applicazione di capitali in investimenti produttivi, ed esso distingue e separa il lavoro e la proprietà. L'obiettivo del capitalismo è la valorizzazione del capitale (ossia la realizzazione del profitto). Il capitale appare nel processo economico come capitale monetario o sotto forma di mezzi di produzione. Nel sistema capitalistico i mezzi di produzione e i beni prodotti appartengono al capitalista e non spettano ai lavoratori che vendono semplicemente il loro lavoro. Chiariti questi punti, già noti a tutti a larghe linee, si può fare un confronto fra capitalismo occidentale e capitalismo giapponese.
Nel 1979 il libro di Ezra Vogel, intitolato Japan as Number One, pose la questione della diversità del sistema economico giapponese. Al testo di Vogel seguirono altre pubblicazioni sul tema con impostazioni diverse, ma tutte riconoscevano le differenze dell'economia giapponese(4). La diversità fu percepita come un pericolo ed ebbe una trasposizione in fiction grazie alla fantasia di Michael Crichton, autore del thriller Rising Sun, condensato di tutti i timori americani. La crisi economica degli Stati Uniti culminata con il crollo delle azioni a Wall Street nel 1987, ebbe l'effetto di enfatizzare i successi economici giapponesi guardati con sempre maggiore sospetto. Iniziò a circolare l'idea che il sistema economico giapponese non fosse di tipo capitalistico, ma se ne distinguesse. Alcune caratteristiche permettevano di avvicinare il modello giapponese a forme di collettivismo. Si poteva pensare che l'economia nipponica come una terza via fra capitalismo e comunismo. Si riteneva che queste caratteristiche fossero la mancanza di individualismo, la partecipazione dei lavoratori alla vita dell'azienda considerata come una famiglia e la cooperazione fra governo e imprese.In particolare, la collaborazione fra politici e uomini d'affari era considerata antitetica al libero mercato e a un sistema di libera concorrenza. Inoltre si riteneva che il mercato del Giappone, nel periodo preso in considerazione, fosse anomalo a causa di barriere protezionistiche. Questa partecipazione attiva del governo alla vita economica del paese era vista come qualcosa di economicamente e politicamente illiberale che avvicinava il Giappone ai sistemi comunisti. In realtà il Giappone era ben lontano dall'economia comunista, al massimo si trattava di una politica economica keynesiana, così come osservato dagli economisti giapponesi. La divisione non omogenea della proprietà privata, l'esistenza di una classe imprenditoriale e la tendenza al profitto erano tutti fattori tipici del capitalismo. Tuttavia il capitalismo giapponese ha delle caratteristiche che lo definiscono piuttosto come una variante del capitalismo. L'enfasi assunta dal concetto di Qualità Totale (TQC), che ha determinato uno sviluppo industriale atipico e specifico, delinea un'economia particolare.
Nel capitalismo occidentale la finalità della produzione è il profitto, e l'innovazione tecnologica è concepita come abbassamento dei costi (grazie a una razionalizzazione del processo di produzione). L'influsso del buddhismo zen che condanna la ricerca del profitto ed esalta l'attività umana, la disciplina e l'autocontrollo, ha avuto un effetto inaspettato. Nel capitalismo giapponese la produzione è posta come obiettivo e la qualità è considerata una variabile interna al processo di fabbricazione. In conclusione, il capitalismo giapponese è una variante del capitalismo che valorizza il capitale nei suoi aspetti produttivi piuttosto che monetari. Ricordiamo che il capitale è per definizione l'insieme di risorse monetarie e materiali.
Questo aspetto del capitalismo giapponese si è rivelato nelle sue debolezze a partire dal 1991, con l'inizio della grave recessione. Infatti la crisi fu innescata proprio dalle debolezze del sistema finanziario e dal tracollo delle banche. Non è un caso. Si è detto che il capitalismo giapponese valorizza il capitale nei suoi aspetti produttivi, ma trascura l'aspetto monetario.
Passiamo adesso alla politica. Si può affermare che la politica giapponese dell'ultimo decennio sia stata ambigua e altalenante. Mentre in passato erano chiare le direttive del paese, la recente instabilità politica ha impedito qualsiasi tipo di programmazione. Cerchiamo di ricapitolare alcuni eventi dell'ultimo decennio. Nel 1992 esplose il caso di corruzione del leader liberaldemocratico Kanemaru Shin. Si trattava di un finanziamento illegale di 500 milioni di yen del presidente della Sagawa Kyubin che fece avviare le indagini rivelando un immenso sistema nazionale di corruzione. Lo scandalo condusse Kanemaru a ritirarsi dalla Dieta. Ma il successivo arresto e processo segnò un durissimo colpo per il Partito Liberaldemocratico (LDP o Jiyuminshuto). La crisi economica e il nuovo contesto internazionale (fine della guerra fredda, crollo dell'Unione Sovietica) fecero emergere nuove esigenze a cui i politici si dimostrarono incapaci di rispondere. Miyazawa Kiichi si dimise dalla carica di premier il 9 agosto 1993, e le elezioni furono indette per il 18 luglio 1993. Esse furono vinte dagli avversari del Partito Liberaldemocratico. Si formò così una coalizione di sette partiti con a capo Hosokawa Morihiro. Si spezzò infine il dominio incontrastato del Jiyuminshuto, partito fondato nel 1955 dall'unificazione delle forze conservatrici (democratici e liberali). La coalizione di Hosokawa, anti-liberaldemocratica e non comunista, raccoglieva fra le sue file il Nihon shakaito (Partito Socialista), il Komeito, il Nihon shinto (Nuovo Partito del Giappone), il Shinseito e lo Shinto Sakigake. Purtroppo Hosokawa fu costretto a dimettersi l'8 aprile 1994 a causa di un'accusa di presunta corruzione. Hata Tsutomu, leader dello Shinseito, fu nominato capo del governo. I socialisti lasciarono però la coalizione. Ma il debole governo di Hata ebbe vita breve e si concluse nel giugno 1994. Gli successe una coalizione inaudita composta da socialisti, liberaldemocratrici e Shinto Sakigake. Il leader socialista Murayama Tomiichi fu eletto premier. La politica di Murayama fu caratterizzata dal pacifismo e dalla riduzione dei prezzi e delle tasse. Importante il riconoscimento dei crimini di guerra nel secondo conflitto mondiale e la presentazione di scuse ufficiali. Posizioni non sempre condivise dai conservatori e causa di tensioni. Nel 1996 Murayama si dimise e fu eletto premier il leader dei liberaldemocratici Hashimoto Ryutaro. Così il Jiyuminshuto riprendeva le redini del potere grazie all'abilità di Hashimoto che aveva saputo recuperare alleanze e dare credibilità al partito. Il governo Hashimoto riprendeva una linea conservatrice contraria alle riforme e favorevole al nazionalismo. Era previsto il risanamento economico e la riforma fiscale. Quest'ultima vedeva l'innalzamento della tassa sui consumi dal 3% al 5%, una tassa molto impopolare simile all'IVA. Però Hashimoto non fu capace di porre rimedio ai gravi problemi dell'economia, e la sua grande abilità di politico non servì a risolvere le difficoltà concrete, ma a conservare la stabilità politica. Piuttosto che a riforme si assistette a restaurazioni come il ripristino dell'Inno Nazionale (Kimigayo) nelle cerimonie scolastiche (normativa annunciata dal Ministero dell'Istruzione nel maggio 1998).Insomma, una tendenza a rispondere alla crisi politica ed economica con una riscoperta dei sentimenti nazionali. Dopo la sconfitta elettorale del 12 luglio 1998, ad Hashimoto successe un altro leader liberldemocratico, Obuchi Keizo, che formò una maggioranza rabberciata. Obuchi non soltanto non ebbe incisività, ma mancò anche dell'abilità di Hashimoto che era un brillante statista. Al governo Obuchi sucesse quello di Mori Yoshiro che non fu particolarmente significativo. Dobbiamo attendere l'elezione a premier di Koizumi Jun'ichiro il 26 aprile 2001 per assistere a cambiamenti significativi.
Anche se leader del Jiyuminshuto, Koizumi era ritenuto un deciso riformatore. Qualche segnale era dato anche dalla formazione del governo. Il Ministro degli Esteri era una donna, Tanaka Makiko, così il Ministro della Giustizia, Moriyama Mayumi. Le donne nel governo erano ben cinque, aspetto non trascurabile se si considerano le polemiche italiana sulla partecipazione femminile nelle istituzioni.La politica economica di Koizumi è liberale e riformista. Egli intende eliminare i vecchi clientelismi, abbattere i privilegi e favorire il libero mercato. Ma alla politica economica riformatrice corrisponde una politica estera conservatrice e nazionalista. Fra i consiglieri di Koizumi figurano Okamoto Yukio, favorevole a una maggiore partecipazione delle forze armate in missione di peacekeeping, e Kitaoka Shin'ichi, esponente della corrente neoconservatrice che si ispira alla linea di Kishi Nobusuke.Dal 1957 al 1960 Kishi Nobusuke fu premier e cercò di attuare un ambizioso programma di politica estera che riassunse in tre principi: centralità dell'ONU, rapporti armoniosi con il mondo, importanza delle relazioni con l'Asia (panasianismo). Kitaoka ritiene che questi principi debbano essere ripresi e aggiornati. Egli suggerisce una più intensa collaborazione economica fra il Giappone e i paesi asiatici, e una maggiore partecipazione a garanzia della sicurezza asiatica. Quest'ultimo punto significa un riarmo del Giappone, ma anche una maggiore influenza nella politica internazionale.
Dopo queste analisi condotte separatamente su politica ed economia, possiamo ricomporre il quadro. Il Giappone è un paese pienamente democratico nonostante quello che possano dire i suoi detrattori. I partiti e le istituzioni sono determinati dalla volontà dei cittadini tramite le elezioni. I diversi fronti politici (liberaldemocratico, socialdemocratico, comunista, etc.) sono rappresentati nella Dieta. La credenza che l'economia giapponese sia prosperata grazie a un sistema autoritario non corrisponde a un'analisi più profonda dei fatti. Sono state le riforme in senso democratico a favorire l'economia giapponese, a partire dalla Meiji ishin (Riforma Meiji, 1868) fino allo smembramento dei gruppi zaibatsu avvenuto nel dopoguerra. Gli studiosi più attenti hanno riconosciuto questa tendenza del Giappone che lo distingueva da paesi realmente autoritari come la Repubblica Popolare Cinese (stato illiberale e antidemocratico lodato e corteggiato da più parti esclusivamente per i suoi risultati economici e l'apertura del mercato). E non sono caduti nell'errore di confondere facilmente l'individualismo con la democrazia. La posizione più autorevole in tal senso è quella di Ralf Dahrendorf, politologo, economista e sociologo di fama internazionale, che non ritiene corretto inserire il Giappone nel modello autoritario asiatico seguito da nazioni come la Cina, la Malesia, Singapore, etc.(5) Il Giappone sta pagando a caro prezzo il suo assetto democratico. Il protrarsi della crisi economica è dovuta anche alla difesa delle conquiste democratiche e dall'accettazione di un sistema capitalistico. Le crisi cicliche (ciclo di Kitchin, ciclo di Juglar, ciclo di Kondratiev) fanno parte dell'economia capitalista. Soltanto sistemi autoritari e illiberali possono garantire una crescita forzata e costante senza oscillazioni. Non dimentichiamo come Adolf Hitler nel 1936 si vantasse di aver risanato l'economia tedesca. Ma a quale prezzo? Eppure sembra che molti abbiano dimenticato le lezioni del passato. Il capitalismo e la democrazia non sono necessariamente antitetici, ma misurare la democrazia con i valori economici è un errore madornale.
Note
1. Yanaga, Chitoshi, Big Business in Japanese Politics, Yale University Press, New Haven and London, 1969.
2. Van Wolferen, Karel, The Enigma of Japanese Power, Macmillan, London, 1989 (trad. it. Van Wolferen, Karel, Nelle mani del Giappone, Sperling & Kupfer, Milano, 1990).
3. Noguchi, Yukio, Senkyuhyakuyonjunen taisei, Toyo Keizai Shinposha, Tokyo, 1995.
4. Ricordiamo alcuni testi del periodo: Vogel, Ezra, Japan as Number One: Lessons for America, Harvard University Press, Cambrige, 1979; Dore, Ronald, Taking Japan Seriously: A Confucian Perspective on Leading Economic Issues, Stanford University Press, Stanford, 1987 (trad. it. Dore, Ronald, Bisogna prendere il Giappone sul serio. Saggio sulla varietà dei capitalismi, Bologna, il Mulino, 1990); Tatsuno, Sheridan, Created in Japan: From Imitators to World-Class Innovators, Harper & Row, New York, 1990.
5. Cfr. Dahrendorf, Ralf, Quadrare il cerchio. Benessere economico, coesione sociale e libertà politica, Laterza, Bari-Roma, 2000, pp. 80-81.
Bibliografia
Collotti Pischel, Enrica (a cura di), Capire il Giappone, Franco Angeli, Milano, 1999.
Ito, Takatoshi, L'economia giapponese, Egea, Milano, 1995.
Beonio Brocchieri, Paolo, Storia del Giappone, Mondadori, Milano, 1996.
Beasley, William Gerald, Storia del Giappone moderno, Einaudi, Torino, 1975.
Caliccia, Sandra, Economia politica, Edisu, Napoli, 1992.
Sakakibara, Eisuke, Bunmei to shite no Nihongata shihonshugi, Toyo Keizai Shinposha, Tokyo, 1993.
Weber, Max, Storia economica, Donzelli, Roma, 1997.
Shihonshugi
Capitalismo e democrazia giapponese
di Cristiano Martorella
22 gennaio 2002. L'economia giapponese e la politica hanno costituito un binomio osservato con estremo sospetto e diffidenza. Fra gli autori che hanno ritenuto di individuare delle anomalie nei rapporti fra politica ed economia ricordiamo Yanaga Chitoshi(1). Secondo Yanaga gli accordi commerciali sarebbero stati orchestrati dallo establishment. Estremamente polemico, spesso fazioso, Karel van Wolferen che accusa il Giappone di aver costituito un'economia di guerra tramite l'alleanza perversa fra politica e business(2). Da un altro punto di vista, Noguchi Yukio aveva individuato la tipicità del sistema economico giapponese con le sue debolezze e virtù: una politica economica che aveva trasformato il libero mercato in un sistema di mobilitazione nazionale con la priorità della produzione rispetto alla competizione interna(3).Sulla base di questi presupposti, vale la pena indagare sulla vera natura della politica e dell'economia giapponese, prima considerate singolarmente (per evitare ogni pregiudizio) e poi nelle loro relazioni.
Incominciamo dall'economia. La parola giapponese shihonshugi traduce il termine capitalismo senza sostanziali differenze. Shihon è il capitale, mentre shihonka sono i capitalisti o borghesi. La parola shihon è composta da due kanji: shi (risorse) e hon (origine, fondamento). Shugi è il suffisso traducibile come -ismo, il quale indica una dottrina o un principio. Non c'è quindi ragione di dubitare cosa intendano i giapponesi per capitalismo. Piuttosto è utile ricordare l'analisi del capitalismo e la sua definizione secondo gli studi classici di economia.Il capitalismo è un principio di organizzazione economica caratterizzato dall'applicazione di capitali in investimenti produttivi, ed esso distingue e separa il lavoro e la proprietà. L'obiettivo del capitalismo è la valorizzazione del capitale (ossia la realizzazione del profitto). Il capitale appare nel processo economico come capitale monetario o sotto forma di mezzi di produzione. Nel sistema capitalistico i mezzi di produzione e i beni prodotti appartengono al capitalista e non spettano ai lavoratori che vendono semplicemente il loro lavoro. Chiariti questi punti, già noti a tutti a larghe linee, si può fare un confronto fra capitalismo occidentale e capitalismo giapponese.
Nel 1979 il libro di Ezra Vogel, intitolato Japan as Number One, pose la questione della diversità del sistema economico giapponese. Al testo di Vogel seguirono altre pubblicazioni sul tema con impostazioni diverse, ma tutte riconoscevano le differenze dell'economia giapponese(4). La diversità fu percepita come un pericolo ed ebbe una trasposizione in fiction grazie alla fantasia di Michael Crichton, autore del thriller Rising Sun, condensato di tutti i timori americani. La crisi economica degli Stati Uniti culminata con il crollo delle azioni a Wall Street nel 1987, ebbe l'effetto di enfatizzare i successi economici giapponesi guardati con sempre maggiore sospetto. Iniziò a circolare l'idea che il sistema economico giapponese non fosse di tipo capitalistico, ma se ne distinguesse. Alcune caratteristiche permettevano di avvicinare il modello giapponese a forme di collettivismo. Si poteva pensare che l'economia nipponica come una terza via fra capitalismo e comunismo. Si riteneva che queste caratteristiche fossero la mancanza di individualismo, la partecipazione dei lavoratori alla vita dell'azienda considerata come una famiglia e la cooperazione fra governo e imprese.In particolare, la collaborazione fra politici e uomini d'affari era considerata antitetica al libero mercato e a un sistema di libera concorrenza. Inoltre si riteneva che il mercato del Giappone, nel periodo preso in considerazione, fosse anomalo a causa di barriere protezionistiche. Questa partecipazione attiva del governo alla vita economica del paese era vista come qualcosa di economicamente e politicamente illiberale che avvicinava il Giappone ai sistemi comunisti. In realtà il Giappone era ben lontano dall'economia comunista, al massimo si trattava di una politica economica keynesiana, così come osservato dagli economisti giapponesi. La divisione non omogenea della proprietà privata, l'esistenza di una classe imprenditoriale e la tendenza al profitto erano tutti fattori tipici del capitalismo. Tuttavia il capitalismo giapponese ha delle caratteristiche che lo definiscono piuttosto come una variante del capitalismo. L'enfasi assunta dal concetto di Qualità Totale (TQC), che ha determinato uno sviluppo industriale atipico e specifico, delinea un'economia particolare.
Nel capitalismo occidentale la finalità della produzione è il profitto, e l'innovazione tecnologica è concepita come abbassamento dei costi (grazie a una razionalizzazione del processo di produzione). L'influsso del buddhismo zen che condanna la ricerca del profitto ed esalta l'attività umana, la disciplina e l'autocontrollo, ha avuto un effetto inaspettato. Nel capitalismo giapponese la produzione è posta come obiettivo e la qualità è considerata una variabile interna al processo di fabbricazione. In conclusione, il capitalismo giapponese è una variante del capitalismo che valorizza il capitale nei suoi aspetti produttivi piuttosto che monetari. Ricordiamo che il capitale è per definizione l'insieme di risorse monetarie e materiali.
Questo aspetto del capitalismo giapponese si è rivelato nelle sue debolezze a partire dal 1991, con l'inizio della grave recessione. Infatti la crisi fu innescata proprio dalle debolezze del sistema finanziario e dal tracollo delle banche. Non è un caso. Si è detto che il capitalismo giapponese valorizza il capitale nei suoi aspetti produttivi, ma trascura l'aspetto monetario.
Passiamo adesso alla politica. Si può affermare che la politica giapponese dell'ultimo decennio sia stata ambigua e altalenante. Mentre in passato erano chiare le direttive del paese, la recente instabilità politica ha impedito qualsiasi tipo di programmazione. Cerchiamo di ricapitolare alcuni eventi dell'ultimo decennio. Nel 1992 esplose il caso di corruzione del leader liberaldemocratico Kanemaru Shin. Si trattava di un finanziamento illegale di 500 milioni di yen del presidente della Sagawa Kyubin che fece avviare le indagini rivelando un immenso sistema nazionale di corruzione. Lo scandalo condusse Kanemaru a ritirarsi dalla Dieta. Ma il successivo arresto e processo segnò un durissimo colpo per il Partito Liberaldemocratico (LDP o Jiyuminshuto). La crisi economica e il nuovo contesto internazionale (fine della guerra fredda, crollo dell'Unione Sovietica) fecero emergere nuove esigenze a cui i politici si dimostrarono incapaci di rispondere. Miyazawa Kiichi si dimise dalla carica di premier il 9 agosto 1993, e le elezioni furono indette per il 18 luglio 1993. Esse furono vinte dagli avversari del Partito Liberaldemocratico. Si formò così una coalizione di sette partiti con a capo Hosokawa Morihiro. Si spezzò infine il dominio incontrastato del Jiyuminshuto, partito fondato nel 1955 dall'unificazione delle forze conservatrici (democratici e liberali). La coalizione di Hosokawa, anti-liberaldemocratica e non comunista, raccoglieva fra le sue file il Nihon shakaito (Partito Socialista), il Komeito, il Nihon shinto (Nuovo Partito del Giappone), il Shinseito e lo Shinto Sakigake. Purtroppo Hosokawa fu costretto a dimettersi l'8 aprile 1994 a causa di un'accusa di presunta corruzione. Hata Tsutomu, leader dello Shinseito, fu nominato capo del governo. I socialisti lasciarono però la coalizione. Ma il debole governo di Hata ebbe vita breve e si concluse nel giugno 1994. Gli successe una coalizione inaudita composta da socialisti, liberaldemocratrici e Shinto Sakigake. Il leader socialista Murayama Tomiichi fu eletto premier. La politica di Murayama fu caratterizzata dal pacifismo e dalla riduzione dei prezzi e delle tasse. Importante il riconoscimento dei crimini di guerra nel secondo conflitto mondiale e la presentazione di scuse ufficiali. Posizioni non sempre condivise dai conservatori e causa di tensioni. Nel 1996 Murayama si dimise e fu eletto premier il leader dei liberaldemocratici Hashimoto Ryutaro. Così il Jiyuminshuto riprendeva le redini del potere grazie all'abilità di Hashimoto che aveva saputo recuperare alleanze e dare credibilità al partito. Il governo Hashimoto riprendeva una linea conservatrice contraria alle riforme e favorevole al nazionalismo. Era previsto il risanamento economico e la riforma fiscale. Quest'ultima vedeva l'innalzamento della tassa sui consumi dal 3% al 5%, una tassa molto impopolare simile all'IVA. Però Hashimoto non fu capace di porre rimedio ai gravi problemi dell'economia, e la sua grande abilità di politico non servì a risolvere le difficoltà concrete, ma a conservare la stabilità politica. Piuttosto che a riforme si assistette a restaurazioni come il ripristino dell'Inno Nazionale (Kimigayo) nelle cerimonie scolastiche (normativa annunciata dal Ministero dell'Istruzione nel maggio 1998).Insomma, una tendenza a rispondere alla crisi politica ed economica con una riscoperta dei sentimenti nazionali. Dopo la sconfitta elettorale del 12 luglio 1998, ad Hashimoto successe un altro leader liberldemocratico, Obuchi Keizo, che formò una maggioranza rabberciata. Obuchi non soltanto non ebbe incisività, ma mancò anche dell'abilità di Hashimoto che era un brillante statista. Al governo Obuchi sucesse quello di Mori Yoshiro che non fu particolarmente significativo. Dobbiamo attendere l'elezione a premier di Koizumi Jun'ichiro il 26 aprile 2001 per assistere a cambiamenti significativi.
Anche se leader del Jiyuminshuto, Koizumi era ritenuto un deciso riformatore. Qualche segnale era dato anche dalla formazione del governo. Il Ministro degli Esteri era una donna, Tanaka Makiko, così il Ministro della Giustizia, Moriyama Mayumi. Le donne nel governo erano ben cinque, aspetto non trascurabile se si considerano le polemiche italiana sulla partecipazione femminile nelle istituzioni.La politica economica di Koizumi è liberale e riformista. Egli intende eliminare i vecchi clientelismi, abbattere i privilegi e favorire il libero mercato. Ma alla politica economica riformatrice corrisponde una politica estera conservatrice e nazionalista. Fra i consiglieri di Koizumi figurano Okamoto Yukio, favorevole a una maggiore partecipazione delle forze armate in missione di peacekeeping, e Kitaoka Shin'ichi, esponente della corrente neoconservatrice che si ispira alla linea di Kishi Nobusuke.Dal 1957 al 1960 Kishi Nobusuke fu premier e cercò di attuare un ambizioso programma di politica estera che riassunse in tre principi: centralità dell'ONU, rapporti armoniosi con il mondo, importanza delle relazioni con l'Asia (panasianismo). Kitaoka ritiene che questi principi debbano essere ripresi e aggiornati. Egli suggerisce una più intensa collaborazione economica fra il Giappone e i paesi asiatici, e una maggiore partecipazione a garanzia della sicurezza asiatica. Quest'ultimo punto significa un riarmo del Giappone, ma anche una maggiore influenza nella politica internazionale.
Dopo queste analisi condotte separatamente su politica ed economia, possiamo ricomporre il quadro. Il Giappone è un paese pienamente democratico nonostante quello che possano dire i suoi detrattori. I partiti e le istituzioni sono determinati dalla volontà dei cittadini tramite le elezioni. I diversi fronti politici (liberaldemocratico, socialdemocratico, comunista, etc.) sono rappresentati nella Dieta. La credenza che l'economia giapponese sia prosperata grazie a un sistema autoritario non corrisponde a un'analisi più profonda dei fatti. Sono state le riforme in senso democratico a favorire l'economia giapponese, a partire dalla Meiji ishin (Riforma Meiji, 1868) fino allo smembramento dei gruppi zaibatsu avvenuto nel dopoguerra. Gli studiosi più attenti hanno riconosciuto questa tendenza del Giappone che lo distingueva da paesi realmente autoritari come la Repubblica Popolare Cinese (stato illiberale e antidemocratico lodato e corteggiato da più parti esclusivamente per i suoi risultati economici e l'apertura del mercato). E non sono caduti nell'errore di confondere facilmente l'individualismo con la democrazia. La posizione più autorevole in tal senso è quella di Ralf Dahrendorf, politologo, economista e sociologo di fama internazionale, che non ritiene corretto inserire il Giappone nel modello autoritario asiatico seguito da nazioni come la Cina, la Malesia, Singapore, etc.(5) Il Giappone sta pagando a caro prezzo il suo assetto democratico. Il protrarsi della crisi economica è dovuta anche alla difesa delle conquiste democratiche e dall'accettazione di un sistema capitalistico. Le crisi cicliche (ciclo di Kitchin, ciclo di Juglar, ciclo di Kondratiev) fanno parte dell'economia capitalista. Soltanto sistemi autoritari e illiberali possono garantire una crescita forzata e costante senza oscillazioni. Non dimentichiamo come Adolf Hitler nel 1936 si vantasse di aver risanato l'economia tedesca. Ma a quale prezzo? Eppure sembra che molti abbiano dimenticato le lezioni del passato. Il capitalismo e la democrazia non sono necessariamente antitetici, ma misurare la democrazia con i valori economici è un errore madornale.
Note
1. Yanaga, Chitoshi, Big Business in Japanese Politics, Yale University Press, New Haven and London, 1969.
2. Van Wolferen, Karel, The Enigma of Japanese Power, Macmillan, London, 1989 (trad. it. Van Wolferen, Karel, Nelle mani del Giappone, Sperling & Kupfer, Milano, 1990).
3. Noguchi, Yukio, Senkyuhyakuyonjunen taisei, Toyo Keizai Shinposha, Tokyo, 1995.
4. Ricordiamo alcuni testi del periodo: Vogel, Ezra, Japan as Number One: Lessons for America, Harvard University Press, Cambrige, 1979; Dore, Ronald, Taking Japan Seriously: A Confucian Perspective on Leading Economic Issues, Stanford University Press, Stanford, 1987 (trad. it. Dore, Ronald, Bisogna prendere il Giappone sul serio. Saggio sulla varietà dei capitalismi, Bologna, il Mulino, 1990); Tatsuno, Sheridan, Created in Japan: From Imitators to World-Class Innovators, Harper & Row, New York, 1990.
5. Cfr. Dahrendorf, Ralf, Quadrare il cerchio. Benessere economico, coesione sociale e libertà politica, Laterza, Bari-Roma, 2000, pp. 80-81.
Bibliografia
Collotti Pischel, Enrica (a cura di), Capire il Giappone, Franco Angeli, Milano, 1999.
Ito, Takatoshi, L'economia giapponese, Egea, Milano, 1995.
Beonio Brocchieri, Paolo, Storia del Giappone, Mondadori, Milano, 1996.
Beasley, William Gerald, Storia del Giappone moderno, Einaudi, Torino, 1975.
Caliccia, Sandra, Economia politica, Edisu, Napoli, 1992.
Sakakibara, Eisuke, Bunmei to shite no Nihongata shihonshugi, Toyo Keizai Shinposha, Tokyo, 1993.
Weber, Max, Storia economica, Donzelli, Roma, 1997.
Iscriviti a:
Post (Atom)